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Stefania Bertola
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Biscotti e sospetti è l'ultimo romanzo di Stefania Bertola. Le vicende delle sorelle Chiarelli (Violetta e Caterina) avvincono e divertono, intrecciandosi con le traversie dei loro vicini di casa, tra Torino, la collina limitrofa alla città e Moncalieri. Il libro è ricco di situazioni possibili ma insolite (a partire dal lavoro di Caterina, che cuce abiti per bambole gonfiabili), bizzarre come solo la realtà può essere. Questa pubblicazione segue altri due successi Ne parliamo a cena (1999) e Aspirapolvere di stelle (2002), che raccontano, con uguale umorismo, sempre storie di donne, complicate, divertenti ma pacificate dal lieto fine e dal trionfo dell'amore. L'autrice vive e lavora a Torino, città che ama girare in bicicletta. Traduttrice di romanzi e saggi, sceneggiatrice, è stata anche autrice del programma "Titanic(a)", condotto su Radiodue da Luciana Littizzetto. | L'elemento che colpisce di più in questi romanzi (a cui la definizione di "femminili" va forse un po' stretta) è decisamente la verve e l'ironia che pervade gli eventi… Come sono nati questi libri? Ha creato le loro storie facendole nascere intorno a questo particolare stile oppure la "comicità" è scaturita solo in seguito, dalle vicende stesse? | Per me il libro nasce dalla storia, la storia è quello da cui parto, e la comicità è semplicemente il mio modo di raccontare quella storia, è del tutto involontaria. | Traduttrice, sceneggiatrice di teatro e cinema, autrice e regista di programmi radiofonici… Cosa ha portato delle sue passioni e delle sue esperienze nei suoi romanzi? | Credo di averci portato un po' di tutto, in modo disordinato e non premeditato: quando scrivo è come se avessi davanti decine di cassetti aperti e pieni di roba, da cui pesco in modo goloso e disordinato. C'è tantissimo delle mie esperienze e passioni, ma tutto sempre smontato, rimontato, selezionato e rivisitato in modo che di "autobiografico", invece, non c'è quasi niente. | Il brio è quello delle sit-com di successo (spesso straniere), ma le ambientazioni, i personaggi, il loro il retaggio e i modi di fare sono assolutamente italiani. Da quali fonti attinge questa miriade di soggetti? Quanto ha contato l'ambiente torinese? | La fonte è soprattutto l'immaginazione, il mettersi lì e dire "adesso invento una storia. Allora...c'è una casa in collina...Chi ci metto dentro? Due sorelle?" eccetera eccetera. Poi, questa immaginazione la nutro e la sostengo con tutto quello che mi succede intorno, con storie vere, persone reali, episodi della vita, cose lette in altri romanzi o viste al cinema. La mente di un romanziere è una specie di banca dati e nello stesso tempo una roba tipo frullatore, che trita e mescola tutto restituendolo in una forma nuova. Quando leggo sul giornale una cosa che mi colpisce o mi fa ridere, ad esempio che hanno scoperto una nuova formica e l'hanno battezzata Harrisonfordia, strappo il pezzetto di giornale e lo infilo in un quaderno, perché so già che prima o poi mi servirà. | | La lettura continua su www.clubdeglieditori.com |
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