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Radophis
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di Nagib Mahfuz
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| Nell'orizzonte orientale apparvero le prime luci di quel giorno del mese di Bishnis, avvolto nelle pieghe del tempo da quattromila anni. Con gli occhi ormai spenti, appesantiti dalla stanchezza della lunga notte, il gran sacerdote del tempio del dio Sotis continuava a scrutare la volta celeste, ma non appena il suo sguardo incrociò Sirio che brillava alta nel cielo, il volto gli si illuminò e il suo cuore prese a palpitare di gioia. Si prostrò al suolo immacolato del tempio in segno di gratitudine e di devozione, e proclamò ad alta voce che l'immagine del dio Sotis gli era apparsa all'orizzonte, annunciando alla valle la buona notizia dell'inondazione dell'adorato Nilo. La sua bella voce destò i dormienti, rallegrandone il risveglio. Essi volsero lo sguardo al cielo finché i loro occhi si posarono sulla stella adorata, quindi intonarono il canto del sacerdote. I cuori si riempirono di felicità e di beatitudine. La gente abbandonò le case correndo verso la riva del Nilo per assistere all'arrivo della prima onda gravida di bene e di prosperità. La voce del sacerdote riecheggiò nella quieta atmosfera diffondendo ovunque la felice notizia. Era giunto il momento di migrare verso sud per celebrare la festa del sacro Nilo. Tutti raccolsero le loro masserizie e partirono con fardelli leggeri e pesanti da Tebe, Menfi, Ermont, Hut e Khemenu, in direzione di Abu. I carri percorsero le valli e le navi solcarono le acque. Abu era la capitale dell'Egitto. I suoi alti edifici erano sostenuti da pilastri di granito, collegati tra loro da dune di sabbia che il Nilo aveva ricoperto con strati del suo magico e fertile limo. Vi crescevano acacie, gelsi, palme grandi e piccole, e il terreno era ricoperto di legumi, ortaggi e trifoglio. Immensi erano i vigneti, i pascoli e le colline, dove scorrevano i fiumi e pascolavano le greggi. Nel cielo si libravano colombi e altri uccelli, la brezza esalava il profumo delle essenze e dei fiori, e nell'aria risuonavano i canti degli usignoli. In pochi giorni, Abu e le sue isole, Bigia e Bilaq, furono gremite di nuovi arrivati. Le case si riempirono di ospiti, nelle piazze si accalcarono le tende e le strade si affollarono di gente che andava e veniva. Gruppi di musicanti, cantori e ballerini erano disseminati un po' ovunque. Nei mercati stavano stipati espositori e venditori; le facciate delle case erano abbellite da stendardi e rami di ulivo e le uniformi delle pattuglie di guardia dell'isola di Bilaq abbagliavano gli sguardi con i loro colori sfavillanti. I fedeli devoti si affrettavano verso il tempio di Sotis e quello del Nilo per offrire i loro voti e compiere i sacrifici. Gli inni dei cantori si mescolavano alle grida degli ubriachi e la grave atmosfera di Abu fu pervasa da una scoppiettante allegria e da un tripudio caldo e festoso. Venne, infine, il giorno della festa tanto attesa. Tutte quelle creature avevano un obiettivo comune: il lungo tragitto che si estendeva dal palazzo del faraone alla collina su cui si ergeva il tempio del Nilo. L'aria si arroventò per il calore dei loro respiri e la terra sopportò a fatica il peso dei corpi. Un numero incalcolabile di persone lasciò la terraferma per scendere al fiume; si issarono le vele e le imbarcazioni cominciarono a girare intorno alla collina del tempio. Da esse si innalzarono canti al Nilo sulle note del flauto e del liuto, e danze ritmate dai tamburi. I soldati, con le lance in mano, si schierarono su due file, ai lati della maestosa via. A una certa distanza una dall'altra erano state collocate le statue che riproducevano, a grandezza naturale, i re della sesta dinastia, padri e avi del faraone. Coloro che erano più vicini riuscivano a vedere le statue dei faraoni Userkare, Teti I, Pepi I, Amtiemsaef I e Pepi II. | | La lettura continua su www.euroclub.com |
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