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LE PERSONE E IL LUOGO
   
    Venerdì 25 ottobre - Venerdì 1° novembre

    1


   
Venerdì 25 ottobre, con un anticipo di una settimana esatta dalla scoperta del primo cadavere al Dupayne Museum, Adam Dalgliesh, che non era mai stato al museo, andò a visitarlo. Fu una visita fortuita, la decisione presa d'impulso, e lui in seguito sarebbe tornato col pensiero a quel pomeriggio come a una delle bizzarre coincidenze della vita che, per quanto avvengano con maggiore frequenza di quel che la ragione si aspetterebbe, non mancano mai di stupire.
    Aveva lasciato il palazzo del ministero dell'Interno in Queen Anne's Gate alle due e mezzo, dopo una lunga riunione mattutina sospesa solo brevemente per il solito intervallo di sandwich serviti sul posto insieme a un caffè scadente, e stava percorrendo a piedi la breve distanza che lo divideva dal suo ufficio di New Scotland Yard. Era solo; anche questo un fatto fortuito. La rappresentanza della polizia alla riunione era stata numerosa e, di norma, Dalgliesh se ne sarebbe andato in compagnia del vicecapo, ma uno dei sottosegretari del dipartimento di polizia criminale lo aveva pregato di passare da lui, nel suo ufficio, per discutere un problema che non aveva niente a che vedere con le questioni della mattinata, e quindi fece quel tragitto senza compagnia. La riunione aveva avuto come risultato la prevista imposizione di lavoro d'ufficio da sbrigare e, mentre tagliava per la stazione della metropolitana di St James's Park per sbucare in Broadway, ragionava fra sé e sé se fosse il caso di tornare in ufficio e rischiare un pomeriggio di interruzioni oppure portarsi le carte a casa, nel suo appartamento che dava sul Tamigi, e lavorare in pace.
    Non avevano fumato alla riunione ma nella stanza aleggiava un odore rancido e stantio, con tutto il fiato che ci si era consumato dentro, e adesso lui provava piacere a respirare l'aria fresca, sia pure per poco. Era una giornata burrascosa ma mite per la stagione. Le nuvole a banchi ruzzolavano attraverso un cielo di un azzurro luminoso e lui non avrebbe avuto difficoltà a credere di essere in primavera salvo per l'odore autunnale di salsedine del fiume - sicuramente in parte immaginato - e le folate di un vento pungente quando sbucò fuori dalla stazione.
    Pochi secondi più tardi vide Conrad Ackroyd fermo sul bordo del marciapiede all'angolo di Dacre Street che dardeggiava occhiate da sinistra a destra con quell'aria mista di ansietà e speranza tipica di un uomo che aspetta di attirare l'attenzione di un taxi. Quasi immediatamente anche Ackroyd lo vide e gli si fece incontro, tendendogli le braccia, la faccia raggiante sotto un cappello a larga tesa. Era un incontro che Dalgliesh adesso non avrebbe potuto né aveva realmente voglia di evitare. Erano poche le persone che non fossero contente di vedere Conrad Ackroyd. Il suo perenne buonumore, l'interesse per i minimi dettagli della vita, l'amore del pettegolezzo e soprattutto la sua apparentemente indefinibile età avevano qualcosa di rassicurante. Sembrava esattamente identico, adesso, a com'era stato quando Dalgliesh lo aveva conosciuto vari decenni prima. Era difficile pensare che Ackroyd potesse venire colpito da una grave malattia o affrontare una tragedia privata, mentre la notizia che era morto sarebbe potuta sembrare ai suoi amici un capovolgimento dell'ordine naturale delle cose. Forse, pensò Dalgliesh, era quello il segreto della sua popolarità: dava agli amici l'illusione confortante che il destino fosse benevolo. Come sempre, era abbigliato con accattivante eccentricità: il cappello floscio di feltro era inclinato a un angolo sbarazzino, il corpo piccolo e tozzo avviluppato in una mantella di tessuto di tweed a trama grossa con un motivo in porpora e verde. Era l'unico uomo che Dalgliesh conoscesse a portare le ghette. Come adesso.
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