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Il sangue dei vinti
di Giampaolo Pansa



    AL LETTORE

L'UNICO
personaggio immaginario di questo libro è Livia Bianchi, la bibliotecaria di Firenze che mi affianca nell'inchiesta sulla resa dei conti dopo il 25 aprile. Tutto il resto è vero. Ed è accaduto realmente in molte province dell'Italia del Nord, fra il maggio 1945 e la fine del 1946, e in qualche caso anche più in là.
    «Il sangue dei vinti» non pretende di essere un racconto completo e non lo è. Ritengo impossibile per un solo autore ricostruire per intero quanto avvenne in quei lunghi mesi feroci. Ho cercato però di offrire un quadro sufficiente a restituire il clima del tempo, così come lo vissero e lo subirono gli sconfitti della guerra civile.
    Ma anche questo non è stato facile. Ho dovuto camminare sulle sabbie mobili di fatti lontani che spesso hanno lasciato poche tracce. Fatti che la storiografia antifascista ha quasi sempre ignorato di proposito, per opportunismo partitico o per faziosità ideologica. Mi sono preoccupato di controllare i dati anagrafici di tutte le persone citate, in gran parte uomini e donne sconosciuti al di là della cerchia familiare, vite anch'esse straziate, ma senza storia pubblica. Con lo stesso scrupolo ho verificato i nomi di tutte le località, le date e le circostanze di decine di eccidi e di centinaia di omicidi per vendetta e per odio politico o di classe. Nonostante queste cautele, è possibile che abbia commesso più di un errore. Dunque sarò grato ai lettori se vorranno segnalarmeli.
    Ho rinunciato di proposito a occuparmi delle stragi compiute in Venezia Giulia dai partigiani jugoslavi di Tito e dei trucidati nelle foibe. Anche questa è una pagina orribile del primo dopoguerra, ma molto diversa dal tema del mio libro.
    Infine voglio ringraziare chi mi ha aiutato, senza mai chiedermi nulla in cambio, senza neppure domandarmi come avrei usato le informazioni che cercavo. A tutti ho comunque spiegato che il mio intento era di costruire un libro sereno. E di contribuire a spalancare una porta rimasta sbarrata per quasi sessant'anni.
    Dopo tante pagine scritte, anche da me, sulla Resistenza e sulle atrocità compiute dai tedeschi e dai fascisti, mi è sembrato giusto far vedere l'altra faccia della medaglia. Ossia quel che accadde ai fascisti dopo il crollo della Repubblica sociale italiana, che cosa patirono, le violenze e gli assassinii di cui furono vittime.
    In tutte le guerre, e specialmente nelle guerre civili, chi perde paga. È una regola spietata che abbiamo visto applicare anche in Italia. I vinti del 1945 hanno pagato poco o troppo? Ecco un dilemma che lascio alla coscienza e alla memoria del lettore.

   
   
    PROLOGO
   
    QUEL BAMBINO

A NOVE anni e mezzo si è ancora un bambino o già un ragazzino? Se penso alle famiglie di oggi, mi viene da rispondere: un bambino. Ma a quell'età io mi sentivo già grande. Un ragazzino, anzi un ragazzo. Che, per di più, voleva vedere, a tutti i costi, i processi ai fascisti della sua città, Casale Monferrato.
    Era l'inizio di maggio del 1945. E ricordo quel tempo come avvolto nella felicità. La paura che ci incutevano i tedeschi apparteneva al passato. Le bombe sganciate dagli aerei alleati sopra il ponte ferroviario sul Po, sempre fuori bersaglio, avevano smesso di cadere. Di lì a poco, saremmo tornati a fare il bagno nelle acque pulite del fiume, alla Baia del Re, senza il rischio d'incontrare gente armata in mezzo ai boschi. Si ballava dappertutto, al chiuso e all'aperto. Trionfava un ritmo nuovo: il boogie-woogie. I più bravi a ballarlo erano gli americani neri della Divisione 'Buffalo', che mangiavano la mortadella confezionata a cubi, roba mai vista. Ma noi contavamo sulle ragazze della città. Volteggiando al ritmo del boogie-woogie, mostravano le cosce e le caste mutandine bianche.
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